Brunetta, Il Cavaliere, Brodolini

La polemica sulle attuali candidature europee di alcune showgirl (misconosciute ai più) ha colto la voce anche della First Lady (all’italiana, certo: son separati) Veronica Lario. Il Cavaliere si affretta a giustificare le sue affermazioni e lancia frecciatine alla moglie, colpevole di essersi invaghita della sinistra rivoluzionaria.

Insomma, basta che si mettano d’accordo i vari esponenti del governo. Venerdì in seconda serata l’accesissima discussione tra il ministro Brunetta e la giornalista Bignardi ha fatto il boom d’ascolti e il video è tra i più cliccati su You Tube. Nel corso dell’intervista, Brunetta non ha fatto mistero che, fosse per lui, farebbe fare l’eurodeputato a chiunque se lo meriti. Bisognerebbe verificare quali dovrebbero essere questi meriti.

La Bignardi, visibilmente innervosita dai continui assalti del ministro, ha poi rilasciato un’intervista al Corriere:

«mi dispiace di aver ferito la sensibilità del ministro, per lui Brodolini era una persona cara». Certo, «può darsi che abbia fatto im pressione vedere una signora che dice a un ministro ‘sa che lei è antipatico?’. Gliel’avesse detto, mettiamo, Enrico Men tana, nessuno si sarebbe stupito »

anche se:

Ideale la chiusura di Gad Lerner sul suo Blog:

E’ troppo sperare che il nome di Brodolini susciti in lui una minima resipiscenza quando Brunetta va all’attacco della Cgil? Non vale rispondere che la Cgil di quarant’anni fa era migliore della Cgil odierna (servirebbe la controprova impossibile: con chi sarebbe stato Brunetta, al tempo di Brodolini?). Riconosciamo pure che lo Statuto dei Lavoratori avrebbe bisogno di qualche aggiornamento, mentre fra i colleghi di Brunetta più d’uno lo vedrebbe bene smantellato. Ma è l’approccio giustizialista e sloganistico ai lavoratori e ai loro sindacati che, ne sono certo, Brodolini avrebbe criticato in Brunetta. Chiedendogli per favore di non mascherare i suoi atteggiamenti padronali (sì, li avrebbe chiamati proprio così, padronali, quel socialista all’antica) con riferimenti sentimentali agli ideali di gioventù che ha ripudiato.

Era una notte buia e tempestosa…

Dopo le elezioni, il più fosco dei sospetti si è rivelato fondato, e il più scontato dei successi che si davano per acquisiti ha traballato. Su qualsiasi tema etico, la componente più “nuova” del centrosinistra, quella degli integralisti cattolici (Binetti e soci quello sono), ha tenuto fermamente in mano il timone. Gli ultimi arrivati, la cordata fallimentare, quelli che hanno perso ovunque (e dove non hanno perso hanno scalfito quel barlume di laicità del vecchio centrosinistra) hanno deciso cosa avrebbe fatto il PD ogni volta che c’era da discutere di testamento biologico, Englaro, fecondazioni, aborti, matrimoni e divorzi. Sulla legislazione civile per il matrimonio leggero (etero o recia) a fare la figura del progressista coraggioso e scaltro è stato, per dire, Brunetta.

(via FreddyNietzsche, un po’ di tempo fa)

Ormai la critica politica passa attraverso i paradossi. Voglio dire che l’opposizione del PD, oramai e agli occhi di tutti, sembra sorpassata, antiquata e scialba. Ma dal mio punto di vista non è propriamente così… Veltroni proviene da un ambiente culturale diverso, ha un retaggio e una fama da intellettuale che gli permettono di avvicinarsi più agevolmente alla figura di “politico”. Dico questo perchè i suoi avversari fanno della demagogia “cattiva” e del populismo mediatico, la loro arma principale… Non è una novità che il CAV. si scagli sui detrattori con insulti e battutacce degne del Bagaglino. Se ne fa beffe usando un linguaggio che trascende il buon comportamento. Ma è il suo modo di fare si dice, e deriva dall’essere (per dirla alla Montanelli) “il più grande piazzista italiano e (per dirla alla Michele Serra) “il più grande spacciatore di tette italico”.

Di fronte a lui, la pacatezza e l’acume di Veltroni si trasformano in ignavia e indolenza. Questo agli occhi del popolo che abita lo Stivale. Ma è dato dallo scontro dialettico odierno, dal ruolo e dalla “reazione” politica che i diversi schieramenti adottano.
Insulti e siparietti così volgari non si sono mai visti. E se ad un reazionario “me ne frego” di Berlusconi, Veltroni rispondesse a tono con offesa di egual o più pesante misura (come auspicherebbero molti italiani insofferenti), il livello dello scontro si alzerebbe ancor di più e sarebbe un bel guaio. Per la buona politica e per il livello di civiltà che molti altri italiani auspicano possa tornare.
Veltroni, a parer mio, può anche affittare la stanza ovale alla figlia. Può autografare libri e far le prefazioni a Philip Roth e DeLillo.
Non vedo come possa intaccare la sua moralità compiere tali atti. Penso sia molto più disdicevole prendere in prestito un elicottero per andarsi a ripianare le rughe mentre l’Italia affronta una crisi finanziaria. Penso sia più pericoloso parlar d’etica dopo tutti i trascorsi.
O forse l’etica a cui si fa riferimento è quella filosofica di Pippo Franco. Allora mi rimangio tutto.

Io son convinto che a volte, la forma coincida con la sostanza. L’ambiente della poltica è quello in cui si registrano i maggiori comportamenti “italioti”, che vanno dalla piaggeria bella e buona al semplice compromesso. Impossibile cambiare dalla radice. L’erba cattiva non muore mai. Sta nel DNA della “professione” politica. Però, dico io, è possibile modificare la tendenza. E così abbiamo assistito gli ex-repubblichini farsi largo e diventare moderati; i padani dare spintoni a destra e a manca per guadagnare credibilità; i comunisti dissolversi nel vuoto; gli ex comunisti diventare la più grande coalizione democratica di sinistra; i radicali che passano di qua e di là dalla staccionata.
Ecco, dunque, che nella lordura del trasformismo ideologico o magari in un radicale esame di coscienza vedi un Rutelli combattere il demonio e rivelare a sè stesso di non esser più uno di quelli che scendevano in piazza nel 1978 per l’aborto. Capezzone parla in TV come se fosse sempre stato portavoce di palazzo Chigi. Veltroni si tura il naso (con queste persone deve pur convivere) e ingloba diversi punti di vista nel PD.
Scelta coraggiosa, forse controproduttiva.
Ma, ripeto, nell’ottica delle forze politiche attuali, i compromessi sono normalmente accettati: vediamo al Pdl… Nella sua pancia convivono ex missini ed ex democristiani, secessionisti (Lega) e nazionalisti (AN), liberisti e statalisti, protezionisti e libero-scambisti.
Diciamo allora che le varie componenti hanno stretto al loro interno patti di non belligeranza. “Nell’ottica delle riforme tutti uniti”, bravo. Applausi. Ma ne siamo sicuri?
Alla prima avvisaglia di pericolo Fini e Casini volevano far le scarpe al Berlusca cassando le sue proposte più importanti. Con l’arma dell’opportunismo e della convenienza, FI ha deciso bene di saldare l’alleanza col partito più “pesante”.
Ma poche son state le soluzioni e quel dialogo istituzionale tanto sperato si è risolto con un tasso più alto di scontro politico e retorico.
Veltroni strizza l’occhio ai cattolici perchè fanno parte della sua coalizione e li tratta, di conseguanza, come forza interessata ad una politica comune. Le componenti integralisto-cattoliche godono di una certa autonomia nella democraticità del PD. Il centrodestra non è mai salito sul banco di prova con le sue diverse componenti. Semplicemente Berlusconi fa finta che non esistano quei problemi lì.
Forma è sostanza in questo caso.

A che gamba mi devo attaccare per avere un Martini?

"I Simpson – Il Film". Mi è capitato in mano il dvd dopo averne visionato una copia pirata in seguito alla sua uscita nelle sale cinematografiche.
I simpson hanno un po’ rotto. Sono alla diciannovesima serie spalmata in un quarto di secolo di serie tv. Hanno prodotto una quantità incredibile di modi di dire, una cifra spropositata di esclamazioni. Oltre ad aver contribuito ad arricchire l’industria culturale a livello mondiale sono stati i protagonisti di un indotto incredibile: gadget, poster, giocattoli, cancelleria, abbigliamento e naturalmente home-video e pubblicità.

Dunque.

Il suo disegnatore, Matt Groening è un eroe popolare americano al pari di Davy Crockett e Oprah Winfrey ("we neeeeed Homer Simpson!!!" Ve l’immaginate?).
Groening, assieme al regista storico della serie, David Silverman, ha pensato bene di cavalcare l’enorme successo di pubblico proponendo un mega-episodio destinato alle sale cinema. Oltre alla durata (circa novanta minuti) l’unica differenza sostanziale dalla serie televisiva è costituita dai disegni più curati e stilisticamente migliori. Non ci sarebbe da aggiungere altro proprio perchè non ho notato nulla che già non sia compreso in ogni episodio del serial. Quello che quindi mi chiedo è perchè sia stato così spinto e gonfiato l’evento dell’uscita di questo cartone. Misteri e pregi delle strategie marketing?
Ogni giornale lo pubblicava come una visione irrinunciabile, quasi un nuovo episodio di Star Wars. Aldilà degli accoliti dico.

Perchè non farlo uscire esclusivamente in dvd a questo punto?
Sulla qualità artistica si veda la tv: ricalca esattamente le stesse gag, lo stesso umorismo, lo stesso non-sense e il pizzico di moralismo statunitense che fa tanto "redenzione".
Ed è proprio questo uno dei motivi per cui ogni tanto li trovo indigesti: i Simpson rappresenterebbero la vita media di una famiglia media e a essa fa da contorno, naturalmente, una popolazione di individui medi, chi dalle basse aspirazioni chi dalle ambizioni più elevate.
Le battute, non c’è che dire, sono fulminanti e ogni episodio scorre via velocissimo ad una conlcusione sperata e mai disattesa. Il problema è che nella sua standardizzazione, il serial come il film, diventa talvolta noioso. La storia si conclude con l’happy ending che coincide, per la maggior parte, alla soluzione di un problema provocato da Homer, l’inetto rappresentante della famiglia (è il caso vero e proprio del film).
Dico noioso perchè le uniche cadute di tono e di stile si notano in coincidenza di parentesi emozionali e sentimentali che fanno da cerniera alla storia. Come se dovesse obbligatoriamente esserci la redenzione. Una qualche catarsi del comportamento, fino ad allora gretto e meschino, dei protagonisti.
Si passa, allora, da una risata fragorosa al retrogusto amaro della commedia. Che su un cartone animato moralista tanto pesa. Troppe pretese dopo diciannove edizioni…

La riflessione mi fa confrontare l’altro pezzo grosso, e a mio avviso migliore, delle serie animate americane: i Griffin. Come di riflesso anche questa serie animata rappresenta l’america della famiglia media. Ma è diversa dai Simpson. I Griffin sono caustici, cinici, volgari, idioti ma anche brillanti e infarciti di un umorismo che sorpassa di gran lunga la comicità per addentrarsi nella satira. Una famiglia che sembra quella dei Simpson dopo una cura di eccitanti e film porno.

In America la serie non ha avuto vita facile fin da subito ma poi ha riscosso un largo successo e le scelte di programmazione l’hanno premiata.
Lo sbaglio colossale compiuto dalle reti italiane, invece, è stato pubblicizzarlo e decretarne il successo accanto ai Simpson, dimenticando che i Griffin sono costruiti ovviamente come cartone animato ma destinato agli adulti più avveduti e accorti.
La programmazione ha rotto quel già esiguo senso di credibilità che u pubblico maturo poteva offrire ad un cartone animato: i Griffin vennero trasmessi nella "s-fascia oraria" più deprecabile e cioè nel primo pomeriggio. Tale mossa lasciò intendere che il pubblico poteva essere sotituito solamente da bambini, giovani e adolescenti. Dimenticando completamente la natura del format.

Per vedere e capire i Simpson non è necessario possedere una cultura popolare così vasta mentre per visionare (e capire) i Griffin la scelta si rende obbligatoria (al fine di comprendere le digressioni episodiche e i flashback temporali). Facile aggiungere, inoltre, che è difficilmente presente un happy handing degno del nome nella serie di Seth MacFarlane. Questo proprio ad indicare che non è sempre facilmente riconducibile una soluzione pacificatrice; visione più sincera e fedele alla realtà.
Se dovessi scegliere ora ricadrei inevitabilmente sui Griffin. Satira e comicità più matura, intelligente ache se demenziale, colta ma volgare. Penso sia questa l’esatta incarnazione dello spirito americano.
La contraddizione.

Sogno di una toscana nel mezzo virtuale

Tra poco tempo sarà possibile sorseggiare, distesi accanto al fido pastore maremmano, un corroborante calice di Morellino di Scansano nella propria villa sulle colline senesi seduti comodamente sulla panchina del proprio afoso appartamento monolocale di Milano. Probabilmente penserete che la caluria picchia eccessivamente nonostante l’ondata di maltempo accorsa quest’ oggi. Ma continuate a leggere. Effettivamente un modo per accompagnarvi fuori dalla città meneghina esiste.

L’ offerta commerciale dell’ immensa comunità di Second Life ha spinto gli amministratori toscani a consultare architetti web e disegnatori informatici in grado di rendere disponibile una versione virtuale, perciò intangibile, di una regione intera. Intangibile si, ma anche estremamente dettagliata e corrispondente al vero. Sia in quello reale che in quello virtuale, quindi, si potrà organizzare una bella visita alla Galleria degli Uffizi o partecipare al tradizionale carnevale di Viareggio.
Un’ opportunità allettante per rinverdire i simboli, siano essi gastronomici, siano essi culturali, e decretare un posto di prestigio della regione anche nel World Wide Web.
Riproposizione virtuale di uno spazio reale quindi. Avete presente Vanilla Sky, l’ inquietante film di Cameron Crowe, no?
Pura esperienza virtuale.
Nonostante le potenzialità (reali), potrei definire allorchè inquietante anche l’esperienza quotidiana su Second Life. Il ricorso ad un’ estensione virtuale per il soddisfacimento di quelle aspettative che nella vita reale non trovano riscontro mi ricorda terribilmente i bisogni e le fantasie di un voyeur.
La vita su Second Life, però, è molto più semplice e piacevole della vita reale. (Certo che deve essere così! Vorrei vedere qualcuno nel mondo virtuale alle prese con gli stessi problemi che gli vengono riproposti dal mondo reale). Niente stress, smog, malattie, guerre. Sul mondo utopistico presentato da Second Life, si potrebbe provare a sincerarsi della possibilità di sfuggire alla morte e alle tasse, in barba al vecchio adagio.
Non servono altresì molte cose nel mondo reale, a parte un pc abbastanza potente, perchè l’ipotesi iniziale della villetta si “avveri nel virtuale”.
Bastano i soldi (REALI) per comperare lotto edificabile, casa, mobilio, cane e vino (VIRTUALI).
Si aprono così magnifiche possibilità per coloro che possono sfruttare le proprie conoscenze informatiche per aprire (sempre e comunque in ambito virtuale) attività economiche o costruire il castello dei propri sogni con annesso trampolino di dodici metri su piscina a cascata.
C’è un nuovo mondo da esplorare. Second Life. Una seconda opportunità. Eccitante, utopistico e sorprendente.
Sarà una sorpresa, infatti, ritrovare sui colli l’ avatar di un amico dell’ università dei quali si sono persi i contatti, sarà una sorpresa scoprire quali lavori assurdi possono farci guadagnare un sacco di soldi.
Sarà una sopresa quando, distesi sul prato dinanzi la villa senese, ci accorgeremmo, disguastati ma nello stesso tempo sbalorditi che il vino sa di tappo.

La Casta

Alla luce del referendum.

Sarò rimasto alle mie vecchie convinzioni però, pur rispettando la forte democraticità nella possibilità di scegliersi il candidato che “piace di più”, credo fermamente nella vocazione piuttosto che nella formazione di un leader. Riconosco in un leader alcune caratteristiche fondamentali come il carisma, la popolarità, una grande capacità empatica e potenzialità dialettiche.

Nei leader (eufemismo) odierni, tali caratteristiche sono del tutto assenti o del tutto annacquate da atteggiamenti spregevoli sedimentati da troppo tempo nelle aule di Montecitorio.

Credo, inoltre, che bisognerebbe preoccuparsi maggiormente  di altre questioni ben più pressanti e contingenti; consiglierei ai vari sottosegretari ed esponenti candidati di concentrarsi meno sui vari allestimenti per la propaganda e considerare la possibilità di risolvere altri problemi che potrebbero appassionare molto di più i cittadini che essi rappresentano nella città capitolina.

Il Falò Delle Vanità

Ambiente universitario. Giardinetto esterno semideserto di un’ aula semideserta. Minuti prima la stessa aula era gremita di studenti più o meno disattenti ad una lezione di Storia Contemporanea.
Nelle ultime file dell’ austero anfiteatro le civettuole femminee forniscono alle colleghe resoconti dettagliati dei propri impegni pomeridiani non scordandosi di interrompere per un breve messaggino al cellulare.
Sono graziose quanto basta per monopolizzare gli sguardi e gli interessi dei loro corrispettivi maschil; e proprio da loro sono biasimate quanto basta per il loro altezzoso e borioso atteggiamento. Maschietti fanno comunella con battutine a doppio e triplo senso.
Naturalmente fino a quando le femminucce non rispondono agli sguardi lanciati in preda a cocenti sbalzi ormonali.

L’atteggiamento negativo, manco a dirlo, si tramuta in un soffio. Per tornare, poi, alla sua posizione iniziale.
Lei: “Non ho ancora capito di cosa sta parlando stamattina”
Lei 1: “Di Gorbaciov”
Lei: “Cos’è un Gorbaciov?”
Ridolini.
Ecco. Abbastanza chiaro, no? Tutto ciò lascia solo lo spazio per un breve commento.
Penso che la bellezza senza cultura sia il male più grande di questa società. Molte volte accade che la bellezza è ostentata dalle stesse persone la cui povertà di spirito potrebbe essere scolpita su marmo.
La società è malata perchè le persone che la costituiscono sono malate. Omuncoli e donnucole grezze e rudi,  riparate dietro la bianca facciata ridipinta.
La migliore cura non fa riferimento a metodi o ritrovati chimici della farmacia moderna. Si dovrebbe ricorrere, più che al buon senso, al proprio senso del dovere di riempire le conversazioni con una sana dose di silenzio.

Quell’ insostenibile leggerezza dell’essere virtuale

Alle prese con un ennesimo post. Sul blog nuovo, però. Personale. Non troppo. Ormai tutti se la tirano per via di questi blog. Sul web ormai sono dilagati. Qualsiasi persona può scrivere e pubblicare sulla SUA pagina personale. Sua e di nessun altro? Mica tanto. Il creatore/autore decide di scrivere. Gli “altri” di leggere. La pagina volente o nolente è condivisa con i potenziali “tutti”.
Una bella opportunità per tutti di conoscere i fatti propri, insomma. Ma anche una possibilità di interazione virtuale. C’è lo spazio “commenti”. Interagire più o meno democraticamente con l’autore. Sollevare discussioni. Nascono forum per rispondere al commento di quel post. E nascono forum per rispondere al forum che risponde al commento di quel post….così via.


Il blog è la novità del millennio. Certamente una sana dose di esibizionismo è fondamentale. Penso a coloro che scrivono i cosiddetti blog personali. Impostati in tutto come veri e propri diari digitali. Esibizionisti, no? A chi verrebbe di far leggere il proprio diario-chiuso-a lucchetto-sotto-il-letto a qualcuno? Magari a qualcuno si. Tonnellate di film romantici e commedie rosa inducono a pensare che esista sempre una persona che ha le concessioni dall’ autrice: l’ amica del cuore. La solidale, materna e protettiva amica del cuore. A lei si, certo. Ma non a migliaia di persone che in maniera più o meno casuale possono ritrovarsi catapultati nella specifica pagina web alla tal’ ora. Allora il blog è proprio la democrazia fatta digitale. Sia data, però, l’esistenza di un certo blog personale, del certo studente liceale, della certa cittadina italiana dall’ incerto vocabolario. Farebbe mai- quel certo studente- leggere la SUA letteratura personale ad un genitore o parente stretto? Davvero difficile crederlo. Pur più espliciti, più intelligenti, più solidali, più altruisti, più uniti, gli adolescenti restano pur sempre adolescenti. Problemi con la coerenza e con il mondo dei postadolescenti. Qualsiasi persona, diciottenne, trentenne, cinquantenne, settantenne potrebbe leggere le proprie pagine digitali e sollevare opinioni. Ma non i propri genitori, questo mai.

Allora il blog mantiene certe caratteristiche selettive. Fa entrare alcuni tralasciandone altri. Democrazia selettiva. Naturalmente tutto ciò vale dal momento in cui si considera, nella sua interezza, il rapporto inscindibile (virtuale e ipotetico ancor di più, in questo caso) autore-opera. Esibizionismo galoppante?

Ma non solo i pensieri vengono condivisi con la miriade di avventori occasionali. Si condividono foto, video, canzoni; giornate al mare, passeggiate nel bosco, esperienze sessuali, esperienze scolastiche e formative, figuracce e figurine. Pensieri, opere e omissioni così, furbescamente, inglobiamo tutto.
La propria vita in vetrina, insomma. O almeno frammenti della propria vita, come il racconto day-by-day della propria esperienza erasmus universitaria, o come la seratona”unz-unz” nella popolare discoteca in quel di Milano Marittima.
Frammenti quindi. Di quella stessa vetrina.
Ad ognuno il suo ruolo. L’ autore scrive. Il lettore legge e commenta diventando commentatore. Piccoli opinionisti crescono.

Come molte volte mi capita, parto con l’intenzione di dire una cosa nel modo più semplice ma finisco con l’inveire, l’imprecare, costruire filippiche in grado di abbattere il più ardito e tenace dei lettori compulsivi.
Come questa mia personalissima apologia del blog. Personale, certo, che altro?
Ho un certo problema però. ecchissenefrega direte voi. Ho un problema con le brillanti e versatili innovazioni al vivere moderno.
Vorrei fossero solo mie (in aperto contrasto con la natura collettiva del blog), mi piacerebbe ci fossero poche persone deputate all’ utilizzo di questi fantastici strumenti. Scrivo questo solo perchè sono convinto che  l’uso ed il possesso inflazionato possano snaturare la purezza. Perchè sono convinto che l’architetto informatico che per primo brevettò il diario web avesse altre intenzioni su come dovesse essere sfruttata la sua invenzione.
Poi penso che siano solo egoismi fatui ed inutili perchè è bello così. La migliore situazione collettiva che possa esistere. La più democratica.
Le innovazioni teconologiche mi incuriosiscono; di più, mi attraggono fortemente. Soprattutto se progettate con un design accattivante. L’ iPod non fu un’ eccezione. Quando uscì quel fantastico oggetto ne intuii subito le potenzialità e avrei fatto carte false per accaparrarmene uno.
Comprai un iPod Mini rosa shocking. Molto trendy. Cool. Dopo un pò l’iPod fu sulla bocca di tutti, le magiche cuffiette bianche apparvero alle orecchie di molti che roteavano furiosamente il pollice alla ricerca della canzone desiderata.
La moda del momento. Terribile. Ciò nonostante le mie convinzioni non mi hanno impedito di servirmene e, anzi, comperarne uno nuovo appena uscito il modello con display a colori.


(Strano come la mente compia collegamenti; mentre scrivevo questa cosa nella-mia-pagina-web, mi è venuto in mente come democrazia selettiva si possa analogamente riferire alle parole false, atroci e ipocrite di quei mattacchioni- me ne guarderei bene, in altra sede, nel definirli cosi- della guerra preventiva in Iraq. Pensavo al modo di applicare il termine democrazia selettiva ai vari ed inflazionati “missili intelligenti” in grado, secondo una puerile spiegazione, di abbattersi sui colpevoli tralasciando gli innocenti).