L’inevitabile attesa di un animale morente

Sono quattro pile di materiale. Una, alta circa un metro e mezzo, raccoglie le riviste che devo ancora leggere attentamente: i GQ arretrati, i Rolling Stone considerati solo per le nuove uscite discografiche da importare nell’iPod, i libri di attualità e politica, i libri comprati per gli esami all’università.

A questo materiale si aggiungono i raccoglitori dvd nei quali riposano i film ancora da visionare. Ultimamente ho ripreso a guardare molti film. Sia per curare la mia indolenza nello studio sia per giustificare a me stesso di combinare qualcosa a parte perdere tempo (nonostante l’esatta definizione di perdita di tempo sia quantomeno soggettiva in chi ne fa uso).

Sono uno di coloro che, per non ammettere di esser troppo pigro per andare al cinema, costruisco una filosofia dell’home video al fine di poter decretare la bellezza di una fruizione privata del film. Una visione egoistica fatta di home theatre e di contenuti extra, modulata dal volume che si abbassa man mano che le ore notturne scorrono (per non disturbare troppo chi non condivide la stessa passione per i bassi del woofer).

Dopo aver sgombrato la testa dallo stress del lavoro settimanale ho riguardato due film, tra di loro agli antipodi.

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