Le cose sono due a questo mondo: o sei qualcuno o non sei nessuno.

American Gangster” di Ridley Scott. Ieri sera. Due ore e mezza di piacevole divertissment. I più ferventi ed appassionati al filone criminal-gangsteristico potrebbero aizzare la folla con pronti elogi all’interpretazione misurata di Denzel Washington.

Nonostante non faccia parte di quella schiera, posso comunque ammettere che la prova d’attore nei panni di Frank Lucas può colpire e ammaliare.

La Storia – É quella (basati su fatti realmente accaduti) di una New York sporca, viscida, violenta e tossica.

Nella città più grande del mondo convivono poliziotti corrotti, sempre pronti a seppellire l’etica con tangenti e privilegi, e poliziotti retti, duri, quei detective che (nemmeno in un film di Chuck Norris) si potrebbero definire di “vecchio stampo”. Che non si preoccupano di mollare qualche sganassone in più per far confessare il criminale di turno; quelli che, dopo aver rinvenuto in un baule un milione di dollari, li consegnano al distretto sbeffeggiando gli altri colleghi “mazzettari”. A questi appartiene il detective Richie Roberts (Russel Crowe), onesto sbirro del New Jersey impegnato nella lotta contro la criminalità dei narcotici in seguito alla morte per overdose del suo collega.

Ma New York è anche divisa in varie famiglie criminali. Cosa Nostra, che ha il monopolio della grande distribuzione di stupefacenti, si allea con i piccoli gangster che controllano i singoli quartieri cittadini. In questo caso, Harlem, è il territorio controllato da un grande e saggio boss nero rispettato e amato da tutti, criminali e non. Alla sua morte ne prende il posto il tuttofare, Frank Lucas (Denzel Washington) desideroso di insediarsi nella città come il signore della criminalità organizzata.

Destituendo violentemente i piccoli boss, nati con il frazionamento del quartiere, Lucas diverrà in poco tempo il padrone della città, forte del commercio e della distribuzione di eroina purissima importata dal sud-est asiatico in America tramite le salme dei soldati caduti in Vietnam.

Lucas (la sua storia ricorda quella di un altro celebre trafficante, George Jung, raccontato in Blow di Ted Demme) acquisirà il controllo di tutta la città attraverso una distribuzione capillare affidata ai suoi più stretti parenti, cugini e fratelli, mantenendo nello stesso tempo una sua personale etica criminale composta dall’adorazione del compianto padrone, dall’importanza di un’educazione religiosa e dall’amore verso la propria famiglia naturale.

Veri punti di forza di Lucas saranno il basso profilo mantenuto in pubblico e la fermezza nel condurre gli affari.

Proprio al varco delle grandi operazioni di spaccio si incotreranno i due protagonisti, lo sbirro e il criminale.

La visione – Un film solido tratto dal libro-raccolta di Marc Jacobson, sceneggiato da Steven Zaillian (regista del remake di “Tutti gli uomini del Re” con Sean Penn) e alla cui produzione esecutiva compare Nicholas Pileggi, lo stesso sceneggiatore e scrittore di Quei Bravi Ragazzi e Casinò di Martin Scorsese.Il film rispecchia in maniera abbastanza naturale la New York dei seventies, prostrata dalla pandemia di eroina nei sobborghi più popolari, e dalla pesante corruzione di ambienti istituzionali importanti: a fare testa di ponte sarà proprio la polizia. Sensibilmente diverso dal rumoroso e violento fratello Tony, la regia di Ridley Scott in American Gangster si discosta dalle sue ultime prove e congegna una belle storia che diverte nelle quasi due ore e mezza di proiezione.

Le due recitazioni dei protagonisti sono altalenanti: se la parte del leone tocca a un Denzel Washington in gran forma non convince fino alla fine l’interpretazione di un Russel Crowe fin troppo misurato.

La distonia proviene dal suo personaggio che disabitua dai ruoli ben più sanguigni e muscolosi che Crowe era solito interpretare (L.A. Confidential su tutti). Nonostante tutto i due ruoli sembrano adattarsi abbastanza alle esigenze dei personaggi e giocano entrambi alla buona riuscita del film.

La pellicola è leggermente sgranata per riportare ad un certo tipo di atmosfere plumbee e oscure ambientate nella miseria dei quartieri più popolosi e malfamati di Nw York; la fotografia, che aiuta in questo, predilige i colori freddi, tendenti al grigio e al blu, con qualche inserto più caldo, tendente al beige.

Il cambio di stagione è ben rappresentato (molto caratterizzato l’inverno newyorchese) così come il passaggio di tempo aiutato dalle frequenti transizioni a programmi televisivi (dall’inizio della guerra del Vietnam alla pesante inflazione dell’eroina).

Com’è – Un bel film divertente e coerente con la storia americana di quel periodo. Echi di Blow, Hoodlom, King of New York, Clockers e Serpico.

Sorprende un po’ l’interpretazione di Crowe dal momento in cui si presenta massacrando di botte un informatore reticente e poi non manifesta altri segni di ruvidità (al quale ci aveva abituati).

Crowe si mette nei panni di un integerrimo poliziotto dalla coscienza pulita che manifesta una certa dose di schizofrenia quando appende il distintivo per entrare nelle propria vita privata: la sua concezione di onestà è alquanto discutibile nei rapporti col figlio e la moglie frequentemente cornificata.

Washington mi è piaciuto molto. Soprattutto se messo a confronto con un’altra sua bella prova in Training Day, nel quale interpretava proprio un poliziotto corrotto, violento, subdolo e brutale.

Ne consiglio la visione.

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